La relazione madre bambino
La mente del bambino ha bisogno di entrare in relazione con la mente degli altri per potersi sviluppare. Infatti, l’apparato per pensare e la personalità del bambino si organizzano attraverso le relazioni, in termini di un sé in rapporto con gli altri. Tutto ciò è anche confermato dai più recenti studi nei vari ambiti della psicoanalisi, delle neuroscienze e delle teorie dell’attaccamento.
La capacità del caregiver (in genere si tratta la madre ma è la figura di accudimento principale e significativa, che può anche essere il padre, il nonno, ecc.) di costruire degli scambi interazionali adeguati con il bambino nelle prime fasi della sua vita, sarà fondamentale per favorire lo sviluppo di un Sé arcaico e porrà le basi per le successive capacità di regolazione degli affetti, nonché del futuro legame di attaccamento sicuro o insicuro all’interno delle relazioni che svilupperà nel corso della sua vita. Se si osserva la relazione madre-bambino fin dalla sua costituzione, quindi, si può assistere al modo in cui vengono poste le fondamenta su cui si costruirà lo sviluppo successivo del bambino e ciò consente anche di agire in un'ottica di prevenzione e di cura allo scopo di favorire e sostenere lo sviluppo più adeguato del bambino e del mondo relazionale in cui è inserito.
All’interno di questo contesto relazionale è presente ovviamente anche la figura del padre che ha un ruolo molto importante con delle peculiarità dovute ad aspetti sia biologici, sia psicologici, sia culturali.
La relazione della madre con il bambino inizia ancor prima della sua nascita, con le sue prime fantasie che lo riguardano ovvero sul bambino che sarà, sul bambino immaginario che diventa depositario di tutti i sogni e a volte delle molte paure che accompagnano l’intera gravidanza.
Durante il periodo della gravidanza madre e padre sono impegnati in un intenso lavoro psichico che coinvolge le loro fantasie sul figlio, la loro relazione reciproca e le loro relazioni passate con i rispettivi genitori. Questo lavoro psichico consente ad entrambi i genitori di creare una sorta di grembo psichico (non solo fisico) ovvero uno spazio mentale in cui accogliere il nascituro e di mettere le basi per l’incontro con il bambino reale (non più solo fantasticato) al momento della nascita.
Quando il bambino viene alla luce, immediatamente è un essere sociale ed aperto alle relazioni. Pur essendo ancora immaturo su un piano fisiologico (per sviluppare la locomozione, il linguaggio, ecc. sarà necessario un certo periodo), egli nasce già provvisto di alcune capacità e competenze per quanto riguarda la comunicazione.
Già dalla nascita, infatti, si possono osservare delle protoconversazioni indirizzate verso il genitore ed è evidente la capacità del lattante di imitare alcuni movimenti della bocca e della testa degli adulti. Alla nascita del bambino, quindi sono già presenti delle competenze, biologicamente determinate, che, però, hanno bisogno dell’incontro e della relazione con una madre capace di sintonizzarsi con lui e di comprendere i suoi segnali per costruire un sano legame di attaccamento.
Il legame di attaccamento (Bowlby, 1969) si sviluppa tra la madre (o un altro caregiver) e il bambino dalla nascita e nei suoi primi anni di vita, iniziando a strutturarsi più compiutamente già verso i 7-9 mesi e completandosi verso i 3 anni ma con integrazioni e modificazioni che avranno luogo per il resto della vita nel corso delle relazioni significative. Nello stesso tempo, insieme al legame di attaccamento, si costituiranno i modelli operativi interni, i quali diverranno una sorta di mappa interna in grado di orientare attraverso modalità tipiche il bambino (e poi l’adolescente e l’adulto) nel suo modo di stare nelle varie relazioni della sua vita.
Fin dalla nascita e durante il primo anno di vita si osserva l’emergere di azioni sociali del bambino che attivano una risposta nell’adulto (ad esempio il sorriso, già dalla quarta settimana) e che danno il via a cicli di interazione e di rispecchiamento madre-bambino. Vi è, inoltre, una tendenza innata del bambino a ricercare la vicinanza protettiva della figura di attaccamento, cui il bambino ritorna (si tratta della base sicura) quando si sente stanco, minacciato, irrequieto, per poi ricominciare ad esplorare il mondo una volta effettuato il rifornimento emotivo. Nel momento in cui è la figura di attaccamento ad allontanarsi, il bambino allora può attivare una protesta alla separazione, con pianti e urla, per richiamare la figura di attaccamento e ristabilire la vicinanza protettiva e ciò testimonia, quindi, l'esistenza tra i due di un legame di attaccamento.
Il compito fondamentale del primo anno di vita è infatti proprio la costruzione di questo legame di attaccamento e di comunicazione emotiva tra il bambino ed il caregiver, un legame che continuerà a formarsi e consolidarsi nei successivi anni.
Il legame di attaccamento si sviluppa attraverso scambi comunicativi e interattivi tra madre e bambino. Si tratta di scambi prevalentemente visuo-facciali (come accade attraverso l'uso del sorriso e dello sguardo), tattili (ad esempio durante le cure quotidiane, il cullare, tenere in braccio) e uditivo-prosodici (attraverso la voce materna, il ritmo della ninna-nanna, la voce calma che lo rassicura quando sta male).
Durante questi scambi la madre deve cercare di sintonizzarsi sul piano psicobiologico con il bambino per riuscire a rispondere all’alternarsi di stati diversi di attivazione interna del bambino, al crescendo e decrescendo di attivazione che il bambino sperimenta dentro di sé. Il bambino non ha infatti ancora sviluppato e maturato una capacità autonoma di regolare questi stati ed è pertanto compito della madre sintonizzarsi con lui e modularli, riducendoli se eccessivi e stimolandone l’attivazione se è carente. In questo modo si avvia una sorta di dialogo tra i due, in cui le espressioni facciali e le emozioni collegate, le vocalizzazioni e i movimenti reciproci guidano l’interazione, attraverso una condivisione di stati e continue interazioni (anche brevissime, momento per momento), in cui i due si sintonizzano sullo stato dell’altro, modulando e riorganizzando le proprie interazioni.
Ci possono essere naturalmente anche dei momenti in cui la sintonizzazione della madre con il bambino non è del tutto perfetta. Tali momenti provocano una temporanea rottura del legame di attaccamento e quindi uno stress per il bambino che non è ancora in grado di affrontare autonomamente. La madre, però, può intervenire sintonizzandosi sull’affetto negativo sperimentato dal bambino e aiutarlo così a regolare l’affetto negativo attraverso una copartecipazione. Questo alternarsi di rotture e riparazioni rappresenta la norma nelle interazioni ma la rottura non deve essere considerata di per sé nociva se c’è poi una successiva riparazione. In questo processo in realtà la rottura consente al bambino di sperimentare progressivamente che esistono anche gli affetti negativi, che questi possono essere tollerati e che si può regolare lo stress che deriva dalla relazione, mettendo così le basi per lo sviluppo di una capacità di regolazione autonoma degli affetti.
Bisogna sempre considerare che le radici della relazione madre-bambino affondano in parte nel presente della relazione attuale con il bambino, in parte nella storia relazionale della madre. Una madre che è riuscita ad elaborare in modo coerente il proprio passato e le proprie relazioni infantili con i genitori può riuscire ad accettare il proprio passato, perdonare i torti, accedere alle relazioni con maggiore fiducia, una fiducia relazionale che può essere poi interiorizzata dal bambino a differenza di una madre che, invece, non è riuscita ad elaborare il proprio passato relazionale.
Le relazioni di attaccamento sono comunque sempre in evoluzione e subiscono gli apporti positivi anche delle altre relazioni significative della propria vita (con il partner, con il padre, con altre figure significative) e permettono quindi il più delle volte di superare i piccoli impedimenti e le piccole difficoltà.
Quando, però, le difficoltà sembrano più complesse è sempre possibile trovare altri percorsi, anche terapeutici, per sostenere al meglio lo sviluppo della relazione e della mente del bambino.
Dr. Raffaella Pantini
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